Sammlung der Entscheidungen des Schweizerischen Bundesgerichts
Collection des arrêts du Tribunal fédéral suisse
Raccolta delle decisioni del Tribunale federale svizzero

I. Öffentlich-rechtliche Abteilung 1P.333/2002
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1P.333/2002 /bom

Sentenza del 12 febbraio 2003
I Corte di diritto pubblico

Giudici federali Aemisegger, presidente della Corte e
presidente del Tribunale federale, Nay, vicepresidente
del Tribunale federale, e Catenazzi,
cancelliere Crameri.

Gerardo Cuomo, Rastignano-Pianoro (I-Bologna),
ricorrente, patrocinato dall'avv. Mauro Mini, via Soldino 22, casella postale
218, 6903 Lugano,

contro

Procuratore pubblico straordinario dott. Luciano Giudici,
via Vela 8, casella postale 1044, 6601 Locarno,
Corte delle assise correzionali di Lugano, palazzo di giustizia, via Pretorio
16, 6900 Lugano
Corte di cassazione e di revisione penale del Tribunale d'appello del Cantone
Ticino, via Pretorio 16, 6901 Lugano.

procedimento penale

(ricorso di diritto pubblico contro la sentenza del 30 aprile 2002 della
Corte di cassazione e di revisione penale del Tribunale d'appello del Cantone
Ticino)

Fatti:

A.
La Corte delle assise correzionali di Lugano, nell'ambito del procedimento
penale contro Franco Verda e Gerardo Cuomo, con sentenza del 27 giugno 2001
ha dichiarato quest'ultimo autore colpevole di complicità in corruzione
passiva aggravata, prosciogliendolo invece dall'imputazione di ripetuta
infrazione alla legge federale concernente la dimora e il domicilio degli
stranieri. Cuomo è stato quindi condannato a dieci mesi di detenzione con la
condizionale e all'espulsione dal territorio svizzero per cinque anni.

Per quanto qui interessa, la Corte delle assise correzionali ha dichiarato
anche Franco Verda colpevole di corruzione passiva aggravata (oltre che di
altri reati). Come Presidente del Tribunale penale cantonale, Verda doveva
statuire su un'istanza del Procuratore pubblico generale volta alla confisca
di sette conti bancari intestati a Francesco Prudentino (presunto membro di
un'associazione criminale di stampo mafioso), rispettivamente a società che
facevano capo a lui. Violando i doveri d'ufficio, il Giudice aveva proposto a
Prudentino (allora residente nel Montenegro), mediante una telefonata del
comune conoscente Gerardo Cuomo effettuata da Montecarlo il 14 maggio 1999,
una sentenza di favore, purché gli fosse lasciata a disposizione la metà di
quanto sarebbe stato dissequestrato in esito alla sua decisione, e ciò per
destinarli alla sua compagna, oberata di debiti; ottenuto l'accordo di
Prudentino, il Giudice aveva proposto al Procuratore pubblico generale, nella
seconda metà di maggio del 1999, di liquidare il caso senza istruttoria, con
una transazione che restituisse tre quarti (o almeno due terzi) dei fondi
sequestrati a Prudentino e devolvesse il resto allo Stato del Cantone Ticino.
Il Procuratore pubblico aveva immediatamente rifiutato quella chiave di
riparto, sicché all'udienza del 14 giugno 1999 il Giudice la modificò,
prospettando una suddivisione grosso modo a metà (circa 1.6 milioni di
franchi per Prudentino e circa 1.35 milioni di franchi allo Stato); la
proposta, approvata dal difensore di Prudentino e, con la riserva di una
ulteriore confisca nel caso di nuovi elementi, dal Procuratore pubblico, è
sfociata in una sentenza del Giudice, che la riproduceva, del 24 giugno 1999.
Prudentino non lasciò nulla al Giudice, nonostante Cuomo gli avesse
costantemente trasmesso le informazioni che questi gli forniva sul corso
della procedura, gli avesse raccomandato di ritirare al più presto la somma
liberata per evitare il pericolo di una nuova confisca e avesse insistito
perché fosse onorato l'impegno di pagare al Giudice la metà della somma
dissequestrata.

B.
Cuomo ha contestato questo giudizio davanti alla Corte di cassazione e di
revisione penale del Tribunale d'appello del Cantone Ticino (CCRP) che, con
sentenza del 30 aprile 2002, applicando gli art. 315 (corruzione passiva) e
316 (accettazione di doni) vCP, ha ritenuto che il vero atto di rilievo
penale imputabile a Cuomo fosse la telefonata fatta da Montecarlo il 14
maggio 1999, mentre le informazioni da lui trasmesse a partire da quella data
e sino al 14 giugno 1999, quando il reato principale si era concluso, non
erano rilevanti, l'imputato venendo assolto per gli interventi successivi a
quest'ultima data. La CCRP ha quindi parzialmente accolto il ricorso, in
quanto ricevibile e non divenuto privo di oggetto, e ha riformato la sentenza
impugnata nel senso che ha prosciolto il ricorrente dall'accusa di complicità
in corruzione passiva aggravata per i fatti posteriori al 14 giugno 1999
(dispositivo 1a); essa lo ha  quindi condannato, per i fatti riferiti, alla
pena di sette mesi di detenzione (dispositivo 1b), sospendendo
condizionalmente la pena accessoria dell'espulsione per un periodo di prova
di due anni (dispositivo 1c); gli oneri processuali, di fr. 1'600.--, sono
stati posti per metà a carico dell'insorgente e per l'altra a carico dello
Stato, invitato a rifondere all'insorgente fr. 1'000.-- per ripetibili
ridotte (consid. 3). Per il resto il ricorso è stato respinto.

C.
Gerardo Cuomo impugna la sentenza della CCRP con un ricorso di diritto
pubblico al Tribunale federale. Chiede di annullarla parzialmente riguardo ai
dispositivi n. 1a e 1b e alle spese; postula inoltre di rinviare l'incarto
all'Autorità cantonale competente per le decisioni nel merito. Dei motivi si
dirà, in quanto necessario, nei considerandi.

La CCRP rinuncia a presentare osservazioni, mentre il Procuratore pubblico
straordinario propone di respingere il ricorso.

Diritto:

1.
Il Tribunale federale esamina d'ufficio e con piena cognizione
l'ammissibilità dei ricorsi, senza essere vincolato, in tale ambito, dagli
argomenti delle parti o dalle loro conclusioni (DTF 128 I 177 consid. 1, 128
II 46 consid. 2a).

1.1 Quando il potere cognitivo dell'ultima istanza cantonale è almeno pari a
quello di cui fruisce il Tribunale federale nell'ambito del ricorso di
diritto pubblico, solo la decisione di ultima istanza, a esclusione di quella
dell'autorità precedente, può formare oggetto di ricorso (DTF 125 I 492
consid. 1a, 118 Ia 20 consid. 3b). Nella fattispecie, la CCRP aveva, sui
quesiti posti ora nel ricorso di diritto pubblico, una cognizione simile a
quella del Tribunale federale, chiamato a risolverli dal profilo degli art.
32 Cost. e 6 CEDU (cfr. art. 288 lett. c CPP/TI). In tal caso, il Tribunale
federale non si limita a esaminare, dal punto di vista dell'arbitrio, se
l'autorità cantonale di ricorso lo abbia commesso: un siffatto modo di
procedere renderebbe praticamente nullo il ruolo assegnato in questo campo al
giudice costituzionale. Si tratta invece, in realtà, di sapere se la
valutazione delle prove effettuata dal primo giudice sia arbitraria o no:
nella  fattispecie, occorre quindi esaminare se la Corte delle assise sia
incorsa in una valutazione arbitraria delle prove e se la CCRP abbia pertanto
negato a ragione l'arbitrio (cfr. DTF 125 I 492 consid. 1a/cc). Il Tribunale
federale esamina senza riserva l'uso da parte dell'Autorità cantonale di
ricorso del suo limitato potere cognitivo (DTF 125 I 492 consid. 1a/cc, 116
III 70 consid. 2b, 112 Ia 350 consid. 1; sentenza 1P.105/2001 del 28 maggio
2001 consid. 4, pubblicata in RDAT II-2001, n. 58, pag. 227 segg.; Karl
Spühler, Die Praxis der staatsrechtlichen Beschwerde, Berna 1994, pag. 58 n.
140). In altri termini, non vi è la cosiddetta duplice limitazione del potere
di esame del Tribunale federale ("Willkür im Quadrat").

1.2 Il ricorrente rimprovera alla CCRP e alla Corte delle assise correzionali
un  arbitrario accertamento dei fatti, un'arbitraria valutazione delle prove
e una violazione del principio "in dubio pro reo". Queste censure sono
proponibili nel ricorso di diritto pubblico, mentre non lo sarebbero nel
ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 268 e segg. PP, che il ricorrente
non ha comunque presentato (cfr. art. 269 cpv. 2 e 273 cpv. 1 lett. b PP; DTF
127 I 38 consid. 2, 120 Ia 31 consid. 2b pag. 36, 120 IV 113 consid. 1a, 119
IV 17 consid. 1; Robert Hauser/Erhard Schweri, Schweizerisches
Strafprozessrecht, 5a ed., Basilea 2002, pag. 505 segg.). I presupposti degli
art. 84 cpv. 1 lett. a, 87 e 89 OG sono adempiuti. La legittimazione del
ricorrente è pacifica (art. 88 OG).

1.3 Nell'accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove il Giudice di
merito dispone di un ampio potere di apprezzamento (DTF 118 Ia 28 consid.
1b), dai cui margini non deve uscire, pena l'arbitrio. Per motivarlo non
basta tuttavia criticare semplicemente la decisione impugnata, né
contrapporle una versione propria, per quanto sostenibile o addirittura
preferibile. Occorre piuttosto dimostrare per quale motivo l'accertamento dei
fatti o la valutazione delle prove sarebbero manifestamente insostenibili, si
trovino in chiaro contrasto con la fattispecie, si fondino su una svista
manifesta o contraddicano in modo urtante il sentimento della giustizia e
dell'equità; secondo costante giurisprudenza, il Tribunale federale annulla
la decisione impugnata quando essa sia insostenibile non solo nella
motivazione, bensì anche nel risultato (DTF 128 I 177 consid. 2.1, 125 II 10
consid. 3a, 129 consid. 5b, 124 IV 86 consid. 2a).

1.4 Il principio "in dubio pro reo", desumibile dall'art. 32 cpv. 1 Cost. e,
precedentemente, dall'art. 4 vCost. (DTF 127 I 38 consid. 2), trova
applicazione sia nell'ambito della valutazione delle prove sia in quello
della ripartizione dell'onere probatorio (cfr., riguardo al previgente art. 4
vCost., DTF 120 Ia 31 consid. 2a). Riferito alla valutazione delle prove,
esso significa che il giudice penale non può dichiararsi convinto
dell'esistenza di una fattispecie più sfavorevole all'imputato quando,
secondo una valutazione oggettiva del materiale probatorio, sussistano dubbi
che la fattispecie si sia verificata in quel modo. La massima non impone che
l'amministrazione delle prove conduca a una certezza assoluta di
colpevolezza. Semplici dubbi astratti e teorici non sono sufficienti, poiché
sono sempre possibili, né una certezza assoluta può essere pretesa: il
principio è disatteso quando il giudice penale avrebbe dovuto nutrire, dopo
un'analisi globale e oggettiva delle prove, rilevanti e insopprimibili dubbi
sulla colpevolezza dell'imputato (DTF 120 Ia 31 consid. 2c; Hauser/Schweri,
op. cit., pag. 228 segg., in particolare n. 11 circa la convinzione del
giudice). Il Tribunale federale dispone di un potere cognitivo limitato
all'arbitrio in materia di valutazione delle prove (cfr. art. 9 Cost.; DTF
120 Ia 31 consid. 2c-e; cfr. inoltre DTF 125 I 492 consid. 1, 124 IV 86
consid. 2a) e può quindi intervenire unicamente qualora il giudice condanni
l'imputato, nonostante che una valutazione oggettiva delle risultanze
probatorie implichi la sussistenza di manifesti, rilevanti e insopprimibili
dubbi sulla sua colpevolezza (DTF 124 IV 86 consid. 2a, 120 Ia 31 consid.
4b). Il giudice non incorre nell'arbitrio quando le sue conclusioni non
corrispondano alla versione dell'istante (DTF 116 Ia 85 consid. 2b) e siano
comunque sostenibili nel risultato. Una valutazione unilaterale dei mezzi di
prova viola per contro il divieto dell'arbitrio (cfr. sentenza 1P.105/2001
del 28 maggio 2001, consid. 3b, apparsa in RDAT II-2001, n. 58, pag. 227
segg.). Un giudizio di colpevolezza può poggiare, mancando testimonianze
oculari o prove materiali inoppugnabili, su indizi atti a fondare il
convincimento del tribunale (cfr. Hauser/Schweri, op. cit., pag. 255, n.
12-15).

Riferito all'onere della prova, il principio "in dubio pro reo" significa che
spetta alla pubblica accusa provare la colpevolezza dell'imputato, non a lui
dimostrare la sua innocenza. La censura riguardo all'asserita violazione di
questo principio, in tale ambito, viene esaminata dal Tribunale federale
liberamente (DTF 120 Ia 31 consid. 2c-d).

1.5 Nell'ambito di un ricorso di diritto pubblico il Tribunale federale non
applica d'ufficio il diritto, ma statuisce unicamente sulle censure sollevate
e solo quando siano sufficientemente motivate: il ricorso deve quindi
contenere un'esauriente motivazione giuridica, dalla quale si possa dedurre
se, perché, ed eventualmente in quale misura, la decisione impugnata leda il
ricorrente nei suoi diritti costituzionali (art. 90 cpv. 1 lett. b OG; DTF
127 I 38 consid. 3c, 126 I 235 consid. 2a, 125 I 71 consid. 1c).

Il ricorrente non si confronta in modo chiaro e preciso con le puntuali
considerazioni contenute nella sentenza impugnata, né spiega, secondo le
esigenze dell'art. 90 cpv. 1 lett. b OG e della giurisprudenza, per quali
motivi esse sarebbero contrarie al diritto, in particolare perché sarebbero
manifestamente insostenibili e quindi arbitrarie. Egli si limita in realtà a
sostenere che il giudizio impugnato si fonderebbe su puri ragionamenti,
essendo pertanto arbitrario, e a sostegno di questa tesi accenna, in modo
ripetitivo per ogni censura, a una violazione di norme procedurali cantonali.
La critica si esaurisce tuttavia nel richiamare un semplice elenco di norme
del CPP/TI, segnatamente l'art. 1 cpv. 1 riguardante la legalità dell'azione
penale, gli art. 113 e segg. e 259 concernenti le prove e il loro
apprezzamento, l'art. 260 cpv. 3 riguardante la motivazione della sentenza e,
infine, l'art. 261 sul contenuto del giudizio di condanna. Il ricorrente non
spiega tuttavia, se non con generiche argomentazioni di natura appellatoria,
come e perché queste norme sarebbero state disattese: nelle accennate
condizioni, le censure sono inammissibili dal profilo dell'art. 90 OG; esse
sarebbero inoltre comunque infondate.

2.
Secondo il ricorrente, la CCRP, sulla base di "accertamenti-ragionamenti",
avrebbe ritenuto, con una prima forzatura arbitraria, che nella proposta del
14 maggio 1999, invece di un'accettazione di doni, fosse insito un
favoritismo contrario ai doveri d'ufficio del Giudice.

Il ricorrente ammette che entrambe le Corti sono partite da accertamenti
fattuali precisi, fondati su mezzi di prova assunti in modo regolare, ma
aggiunge che la portata di questi accertamenti è stata ampliata non
attraverso prove regolari, ma con puri ragionamenti. Secondo il ricorrente ci
si troverebbe quindi di fronte, in sostanza, ad accertamenti arbitrari,
irriti proceduralmente, contrari ai principi di un processo indiziario e alla
presunzione d'innocenza. Questa estensione degli accertamenti avrebbe
radicalmente modificato, a dire del ricorrente, la natura e la gravità
dell'imputazione: secondo lui i fatti accertati configurerebbero solo la
fattispecie dell'art. 316 vCP, per cui gli potrebbe essere rimproverata
unicamente la complicità nell'accettazione di doni, non punibile.

2.1 La CCRP ha ritenuto dal profilo soggettivo che il ricorrente, sostenendo
di avere ignorato che la proposta del 14 maggio 1999 a Prudentino si
riferisse a un favoritismo, contraddiceva se stesso. Dalla sentenza della
Corte delle assise risulta ch'egli in aula ha chiaramente confermato di
essere stato consapevole che il suo intervento mirava a far rimunerare "la
benevolenza (o il favore) di Franco", cioè un trattamento privilegiato.
Secondo la CCRP il ricorrente non ha tuttavia contestato la valutazione degli
indizi con cui la prima Corte ha corroborato l'attendibilità della menzionata
ammissione; essa ha ricordato che arbitrario doveva essere non solo
l'apprezzamento delle prove ma anche il risultato. Quando l'ultima istanza
cantonale dichiara una censura ricorsuale irricevibile per ragioni formali, e
non procede all'esame di merito, il ricorrente deve far valere e provare,
conformemente all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG, perché l'autorità avrebbe
accertato in modo arbitrario l'assenza dei presupposti formali (DTF 118 Ib 26
consid. 2b, 134 consid. 2): le censure relative al merito della vertenza sono
invece inammissibili per mancato esaurimento delle istanze cantonali (art. 86
e 87 OG; cfr. DTF 109 Ia 248 consid. 1).

2.2 La CCRP ha comunque stabilito che, anche a prescindere dalla citata
ammissione, la Corte delle assise non è caduta nell'arbitrio nel ritenere il
ricorrente consapevole di offrire a Prudentino un favoritismo del Giudice. Il
ricorrente, limitandosi a contestare il modo in cui è stata assunta
l'ammissione e a sostenere che la benevolenza non andrebbe confusa con il
favore, disattende che la CCRP non ha fondato il giudizio solo sulla
menzionata affermazione. Quando la decisione impugnata è fondata su più
motivazioni indipendenti, il ricorrente deve impugnarle tutte e dimostrare
che ognuna di esse è incostituzionale (DTF 118 Ib 26 consid. 2b, 134 consid.
2, 113 Ia 94 consid. 1a/bb). La censura va pertanto respinta.

2.3  Il ricorrente censura il riferimento della CCRP alla considerazione dei
primi Giudici, secondo cui "pretendere che si possa credere che una persona
dell'esperienza e delle capacità di Gerardo Cuomo potesse pensare che il
chiedere a Prudentino in cambio del "favore di Franco" il 50% di quanto il
magistrato avrebbe dissequestrato, che l'intermediare l'"aiuto" di un giudice
dietro un compenso in denaro fosse un agire lecito è certamente pretendere
che la Corte creda ad una cosa talmente inverosimile da non poter nemmeno
essere inclusa nel novero delle possibilità" (pag. 136). Sennonché la CCRP,
come già la Corte delle assise, ha ritenuto che, quand'anche si volesse
accennare a un errore di diritto, questo non sarebbe scusabile: tale
motivazione, impugnabile nell'ambito di un ricorso per cassazione, non è
contestata dal ricorrente.

2.4  Il ricorrente rimprovera all'impugnato giudizio di fondarsi su un
ragionamento e non su un accertamento suffragato da prove. La critica,
proponibile, di massima, in un ricorso di diritto pubblico (cfr. DTF 121 IV
104 consid. 2b), non regge. Il ricorrente non dimostra perché la CCRP,
ritenendo che la prima Corte non fosse caduta nell'arbitrio considerandolo
consapevole di offrire a Prudentino un favoritismo del Giudice, avrebbe a sua
volta fatto una deduzione insostenibile. Quanto l'autore sapeva, voleva o
accettava si riferisce, come il movente, a questioni di fatto che vanno
esaminate, di massima, nel ricorso di diritto pubblico (DTF 128 IV 53 consid.
3a, 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a, 242 consid. 2c;
Erhard Schweri, Eidgenössische Nichtigkeitsbeschwerde in Strafsachen, Berna
1993, n. 659 seg.). Ora, nel giudizio di primo grado, richiamato nella
sentenza impugnata, oltre che sui menzionati accertamenti la Corte delle
assise si è fondata sui contenuti delle conversazioni telefoniche tra Cuomo e
Prudentino. La CCRP ha aggiunto che un trattamento di favore non poteva,
notoriamente e con ogni evidenza, essere un atto conforme ai doveri di
ufficio di un giudice; facendo pervenire in Montenegro la proposta
incriminata, il ricorrente non poteva pertanto ignorare di prestare man forte
alla trasgressione di obblighi di funzione del Magistrato, né era serio o
credibile immaginare che l'indebito profitto fosse dovuto per un atto
conforme ai doveri d'ufficio. La conclusione non solo non appare arbitraria,
ma è addirittura ovvia. In effetti, dalla sentenza impugnata risulta che il
ricorrente, consulente commerciale di una società di cui detiene l'intero
pacchetto azionario, non è uno sprovveduto, ch'egli anni addietro aveva avuto
ripetuti problemi con la giustizia italiana e che il suo casellario
giudiziale italiano attesta una vita assai movimentata dal profilo penale,
costellata di numerose condanne. Nelle circostanze concrete è pertanto
insostenibile la tesi del ricorrente, secondo cui non si sarebbe in presenza
di un favoritismo.

2.5  Il ricorrente sembra addurre che l'accertamento del favoritismo non
sarebbe dimostrato da prove certe e concrete. Con questa argomentazione egli
disattende tuttavia che un giudizio di colpevolezza può poggiare, mancando
testimonianze oculari o prove materiali, su indizi atti a fondare il
convincimento del tribunale: ciò si verifica, in particolare, nell'ambito di
dati di fatto interiori, come per esempio il dolo, visto che la conoscenza e
la volontà dell'autore sfuggono, di massima, a una deduzione probatoria
diretta (cfr. Hauser/Schweri, op. cit., pag. 255 n. 12 e segg., in
particolare n. 14). Del resto, il ricorrente insiste con argomentazioni
perlopiù di carattere appellatorio, e quindi inammissibili, nel far risaltare
singoli indizi che, considerati isolatamente, potrebbero avvalorare, comunque
solo in parte, la sua versione. Un indizio isolato rende spesso possibili
soluzioni diverse, sennonché esso dev'essere valutato globalmente, con gli
altri indizi: ora, il loro insieme fa escludere ogni ragionevole dubbio sulla
colpevolezza dell'accusato (cfr. Hans Walder, Der Indizienbeweis im
Strafprozess, in: RPS 108/1991, pag. 309 in fine; Hauser/Schweri, op. cit.,
pag. 255, n. 13).
Secondo la CCRP, il ricorrente non avrebbe spiegato l'interesse di Prudentino
a lasciare nelle mani del Giudice la metà degli averi dissequestrati; con
ciò, la CCRP avrebbe tuttavia rovesciato l'onere della prova e violato la
presunzione d'innocenza. Il citato argomento è stato addotto dalla CCRP per
confutare la tesi dell'errore in diritto (art. 20 CP) o dell'errore sui fatti
(art. 19 CP). Il ricorrente non censura tuttavia questi quesiti, attinenti
all'applicazione del diritto federale e proponibili nell'ambito di un ricorso
per cassazione; egli non può far valere, in un ricorso di diritto pubblico,
che il rifiuto di ritenere adempiuti i presupposti degli art. 19 o 20 CP
costituirebbe una violazione della presunzione d'innocenza. Il ricorrente
critica pure la circostanza che già la Corte delle assise avrebbe addotto
cinque argomenti-ragionamenti, peraltro non meglio precisati, a sostegno del
reato di corruzione: su questo punto egli si limita tuttavia a rinviare, in
maniera inammissibile visto che la motivazione dev'essere contenuta nell'atto
di ricorso (DTF 115 Ia 27 consid. 4a pag. 30), al gravame presentato alla
CCRP. Del resto, adducendo semplicemente che gli accertamenti-ragionamenti
sarebbero arbitrari perché contrari alla logica delle norme penali applicate
dalle due Corti, il ricorrente critica la sussunzione giuridica dei fatti,
questione che riguarda peraltro l'applicazione del diritto federale (cfr.
Hans Wiprächtiger, Nichtigkeitsbeschwerde in Strafsachen, in: Geiser/Münch,
Prozessieren vor Bundesgericht, 2a ed., Basilea 1998, pag. 222 seg., n. 6.85,
n. 6.89 e n. 6.94), ma non dimostra perché il giudizio impugnabile sarebbe
insostenibile.

2.6  L'ultima istanza cantonale ha ritenuto inoltre che il ricorrente nemmeno
ha tentato di spiegare quale arcano interesse avrebbe avuto Prudentino a
lasciare la metà degli averi dissequestrati nelle mani del Giudice se
l'offerta del 14 maggio 1999 riguardava un atto conforme ai doveri d'ufficio,
cioè una sentenza equa. Secondo il giudizio impugnato, il ricorrente non ha
preteso che il giudice, per avventura, minacciasse di procastinare la sua
decisione o lasciasse intendere di voler confiscare una somma esagerata: i
giudici cantonali ne hanno concluso che non si vede quindi come il ricorrente
poteva seriamente asserire di avere ignorato il favoritismo, contrario ai
doveri d'ufficio, insito nella sua proposta. Questo rilievo, contrariamente
all'assunto ricorsuale, non è contrario alla presunzione d'innocenza, ma
costituisce un ulteriore, serio e convincente indizio a sostegno del giudizio
impugnato. Il ricorrente non è stato condannato sulla base di ragionamenti,
ma in forza di una valutazione globale, spiegata e motivata, di prove e
indizi disponibili; per di più, la sentenza impugnata non è affatto
arbitraria nel risultato.

3.
Il ricorrente sostiene inoltre che i contestati accertamenti-ragionamenti
della CCRP, sbagliati in diritto, poggerebbero su presupposti tali da far
escludere la possibilità di applicare l'art. 316 vCP (accettazione di doni):
in realtà, non sarebbero stati accertati i fatti giuridicamente rilevanti e
pertinenti per poter  distinguere l'accettazione di doni dalla corruzione
passiva. La critica, di natura appellatoria, non regge. Secondo il
ricorrente, il presupposto da cui è partita la prima Corte non lascerebbe
sussistere alcuno spazio di applicazione, né teorico, né pratico, dell'art.
316 vCP; egli elenca poi le distinzioni dottrinali e giurisprudenziali tra
gli art. 315 e 316 vCP e sostiene che il semplice fatto di accettare un dono,
o la promessa di un dono, per un atto futuro, non sarebbe costitutivo di
corruzione passiva. La censura, concernente la (contestata) applicazione del
diritto penale federale, doveva essere sollevata, se del caso, con un ricorso
per cassazione. Pure inammissibile, per gli stessi motivi, è la critica
secondo cui per una condanna secondo l'art. 315 vCP, ma non secondo l'art.
316 vCP, occorrerebbe la prova concreta dell'atto contrario al dovere
d'ufficio. Del resto, come si è visto, la CCRP ha accertato in maniera non
arbitraria la sussistenza di un atto contrario a questi doveri.

4.
Il ricorrente rileva inoltre che l'accordo finale raggiunto tra le parti il
14 giugno 1999, ritenuto lecito dalla CCRP, comportava il dissequestro a
favore di Prudentino di circa 1,6 milioni di franchi e osserva che il movente
che ha spinto il Giudice alla corruzione passiva era di aiutare la sua
compagna, contro cui erano state promosse esecuzioni per fr. 800'000.--.
Secondo il ricorrente, pertanto, la metà della somma dissequestrata avrebbe
permesso alla compagna del Giudice di saldare l'intero importo in esecuzione.
L'assunto non dimostra l'arbitrarietà del giudizio impugnato, visto che la
CCRP ha rilevato che non si rimproverava al ricorrente d'aver cooperato
all'elaborazione della prima proposta di riparto, l'atto di accusa
addebitandogli unicamente di avere prestato ausilio al Giudice, con la nota
telefonata, perché Prudentino gli lasciasse la metà della somma
dissequestrata. Né il ricorrente dimostra l'arbitrarietà della decisione
impugnata, limitandosi a rilevare che nella stessa il concetto di favoritismo
è ripetuto in modo costante.

5.
Il ricorrente ravvisa infine una seconda forzatura nella circostanza che la
CCRP, riguardo all'aggravante, ha accertato ch'egli nelle date circostanze
sapeva che il Giudice avrebbe messo in pratica l'atto, dando esecuzione
concreta al trattamento privilegiato. Egli sostiene che l'accertamento di
questo elemento soggettivo non sarebbe fondato su mezzi di prova, ma soltanto
su ragionamenti. La critica, appellatoria, non regge. Al riguardo egli si
limita ad addurre che sarebbe stata accertata la sua estraneità ai fatti
posteriori alla seconda metà di maggio 1999. Egli disattende tuttavia che il
vero atto di rilievo penale per cui è stato ritenuto colpevole di complicità
in corruzione passiva aggravata è la telefonata fatta da Montecarlo il 14
maggio 1999, le informazioni trasmesse a Prudentino dopo il 14 maggio e fino
al 14 giugno 1999 non essendo decisive. La CCRP ha ritenuto che il
favoritismo doveva necessariamente essere attuato; in caso contrario
Prudentino non avrebbe pagato. Ha aggiunto che lo stesso Prudentino ne ha
dato conferma diretta al ricorrente, ricordandogli che per avere ricevuto il
"giusto" non era obbligato a onorare il Giudice. Il ricorrente non censura
tuttavia questa motivazione.

6.
Nelle esposte circostanze, vista la valutazione globale, accurata e
oggettiva, degli indizi da parte della CCRP, essa non ha violato gli art. 9 e
32 Cost. e l'art. 6 CEDU.

Ne segue che il ricorso, in quanto ammissibile, dev'essere respinto. Le spese
seguono la soccombenza (art. 156 cpv. 1 OG).

Per questi motivi, il Tribunale federale pronuncia:

1.
Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è respinto.

2.
La tassa di giustizia di fr. 3'000.-- è posta a carico del ricorrente.

3.
Comunicazione al patrocinatore del ricorrente, al Ministero pubblico e alla
Corte di cassazione e di revisione penale del Tribunale d'appello del Cantone
Ticino.

Losanna, 12 febbraio 2003

In nome della I Corte di diritto pubblico
del Tribunale federale svizzero

Il presidente: Il cancelliere: