Sammlung der Entscheidungen des Schweizerischen Bundesgerichts
Collection des arrêts du Tribunal fédéral suisse
Raccolta delle decisioni del Tribunale federale svizzero

II. Zivilrechtliche Abteilung, Beschwerde in Zivilsachen 5A.93/2010
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Bundesgericht
Tribunal fédéral
Tribunale federale
Tribunal federal

{T 0/2}
5A_93/2010

Sentenza del 16 dicembre 2010
II Corte di diritto civile

Composizione
Giudici federali Hohl, Presidente,
Marazzi, von Werdt,
Cancelliere Piatti.

Partecipanti al procedimento
1. Matteo Cheda,
2. Consumedia sagl,
ricorrenti,

contro

BSI SA,
patrocinata dall'avv. dott. Goran Mazzucchelli,
opponente.

Oggetto
protezione della personalità,

ricorso contro la sentenza emanata il 23 dicembre 2009 dalla I Camera civile
del Tribunale d'appello del
Cantone Ticino.

Fatti:

A.
A.a Nell'edizione di gennaio 2004 del periodico L'inchiesta è apparso un
articolo firmato da Paolo Fusi dal titolo: "BSI: litigi pericolosi". In estrema
sintesi l'articolo, corredato dal sottotitolo: "La banca luganese ha in corso
processi per somme esorbitanti. Un professore di economia avverte del rischio
di fallimento e chiede un intervento delle autorità", negava alla banca la
qualifica di "banca pulita" e che "i risparmi depositati dai clienti fossero al
sicuro". Vi si menzionavano cinque procedimenti civili pendenti contro la
banca, con richieste di giudizio superiori al miliardo di franchi, suscettibili
di metterne in grave pericolo la sopravvivenza, e si metteva l'attività della
banca in connessione con i noti casi criminali della "Pizza connection" e "Mani
pulite". Riprendendo stralci della risposta del Consiglio federale ad
un'interrogazione del Consigliere nazionale Jean Spielmann, l'articolo
riportava opinioni critiche attribuite ad un ex-membro della Commissione
federale delle banche, il prof. Hans Schmid, ed al segretario dell'Associazione
svizzera di difesa degli investitori, Anton Keller.
A.b
A.b.a Su richiesta di BSI SA di medesima data, il 31 dicembre 2003 il Pretore
del Distretto di Lugano, sezione 1, ha decretato inaudita parte a Matteo Cheda,
redattore responsabile del periodico, all'autore dell'articolo Paolo Fusi, alla
Consumedia Sagl, editrice del periodico, ed a Melisa Messaggerie del Libro e
della Stampa SA, distributrice del periodico (poi dimessa dalla lite), il
divieto di diffondere o altrimenti spossessarsi degli esemplari della rivista
nonché il blocco del sito "www.consumatori.ch/inchiesta.html". In data 25
aprile 2004, il Pretore ha accolto l'istanza previo contraddittorio, impartendo
alla BSI SA un termine per promuovere la causa di merito.
A.b.b Nuovamente adito da BSI SA in data 16 febbraio 2004, il Pretore ha
ingiunto inaudita parte il giorno successivo a Consumedia Sagl e a Matteo Cheda
di astenersi dal divulgare, distribuire, mettere a disposizione su siti
internet o supporti cartacei nuovi articoli che si riconducessero a quello già
discusso. L'ingiunzione è stata confermata in data 29 aprile 2004 con decreto
cautelare accompagnato da un termine all'istante per promuovere la causa di
merito.
A.c Nell'edizione di marzo 2004 di L'inchiesta sono apparse, in un trafiletto
non firmato, rettifiche all'articolo di gennaio 2004, ed in un riquadro pure
esso non firmato, un pezzo intitolato "vietato scrivere su...", nei quali si
riferiva delle decisioni cautelari menzionate, senza tuttavia fare il nome
della banca. Nel mese di maggio 2004 L'inchiesta ha divulgato un altro articolo
dal titolo "Precetti misteriosi dalla Libia", firmato da Matteo Cheda e
dedicato all'attività di un istituto bancario non menzionato.
A.d
A.d.a In data 1° giugno 2004 BSI SA ha promosso l'azione di merito chiedendo di
vietare ai convenuti Cheda, Consumedia Sagl e Paolo Fusi di distribuire gli
esemplari di gennaio 2004 di L'inchiesta rispettivamente di pubblicare o
diffondere altrimenti l'articolo in questione, e di ordinare loro il blocco del
sito internet in relazione con il medesimo articolo. In subordine, la banca ha
chiesto di accertare l'illiceità dell'avvenuta lesione della propria
personalità, la pubblicazione di un estratto dei motivi e del dispositivo della
sentenza sulla rivista, il versamento di un risarcimento danni di fr. 71'118.65
e di un importo di fr. 5'000.-- quale riparazione del torto morale. Con
sentenza 22 agosto 2007, il Pretore ha dato seguito alla domanda di BSI SA,
limitando tuttavia il risarcimento danni ad un importo di fr. 25'891.-- (oltre
interessi a contare dal 1° giugno 2004) e ponendo tassa e spese di giustizia a
carico per un quarto all'attrice e per il rimanente ai convenuti in solido,
obbligando inoltre quest'ultimi a risarcire BSI SA con fr. 4'500.-- di
ripetibili ridotte.
A.d.b Con petizione 2 giugno 2004, BSI SA ha proposto una seconda azione in
protezione della personalità. Si tratta dell'azione di merito facente seguito
all'istanza di misure cautelari 16 febbraio 2004 ed al relativo decreto
pretorile 29 aprile 2004 (supra, consid. in fatto A.b.b) e volta alla condanna
di Matteo Cheda e Consumedia Sagl ad astenersi dal divulgare, distribuire,
mettere a disposizione su siti internet o supporti cartacei nuovi articoli che
si riconducessero a quello già discusso. Evasa dal Pretore contemporaneamente
alla sentenza qui discussa, essa è pure stata portata dai convenuti soccombenti
prima avanti al Tribunale di appello del Cantone Ticino, indi avanti al
Tribunale federale, che si è pronunciato in merito in data odierna (v. incarto
parallelo 5A_92/2010).

B.
Con sentenza 23 dicembre 2009 qui impugnata, il Tribunale di appello del
Cantone Ticino, adito da Matteo Cheda e da Consumedia Sagl con appello del 17
settembre 2007, ha parzialmente accolto il gravame riformulando il testo da
pubblicare dai convenuti, respingendo per il resto l'appello e condannando
Matteo Cheda e Consumedia Sagl alle spese di giudizio nella misura di nove
decimi ed al pagamento di ripetibili ridotte a BSI SA.

C.
Con ricorso 1° febbraio 2010, Matteo Cheda e Consumedia Sagl (qui di seguito:
ricorrenti) chiedono che venga accolto il loro appello e respinta la petizione
di BSI SA (qui di seguito: opponente), subordinatamente che venga annullata la
sentenza di appello e che la causa venga rinviata all'ultima istanza cantonale
per nuovo giudizio ai sensi dei considerandi; chiedono inoltre la revoca delle
misure cautelari. II tutto con conseguenza di tassa, spese e ripetibili a
carico dell'opponente.

Con decreto 17 febbraio 2010, la Presidente della Corte giudicante ha conferito
l'effetto sospensivo al ricorso limitatamente all'ordine di pubblicazione.

Non sono state chieste determinazioni nel merito.

Diritto:

1.
Il gravame è diretto contro una decisione pronunciata in una causa civile (art.
72 cpv. 1 LTF). Per costante giurisprudenza, una domanda di accertamento di una
lesione della personalità non ha carattere pecuniario (DTF 127 III 481 consid.
1a; 110 II 411 consid. 1; 95 II 481 consid. 1), quand'anche in concreto sia
accompagnata da richieste di risarcimento dei danni. Ne segue che il tempestivo
(art. 100 cpv. 1 LTF) ricorso in materia civile, proposto contro una sentenza
di ultima istanza cantonale (art. 75 cpv. 1 LTF) da parte che ha partecipato
alla procedura avanti all'autorità precedente, uscendone - parzialmente -
soccombente (art. 76 cpv. 1 lit. a LTF), è in linea di principio ammissibile.

2.
2.1 Giusta l'art. 42 cpv. 2 LTF, nei motivi del ricorso occorre spiegare in
modo conciso perché l'atto impugnato viola il diritto. Ciò significa che il
ricorrente deve confrontarsi almeno brevemente con i considerandi della
sentenza impugnata, pena l'inammissibilità del gravame (DTF 134 II 244 consid.
2.1). Giova poi ricordare che il Tribunale federale fonda la sua sentenza sui
fatti accertati dalla sentenza cantonale (art. 105 cpv. 1 LTF). Giusta l'art.
97 cpv. 1 LTF, il ricorrente può censurare l'accertamento dei fatti unicamente
se è stato svolto in violazione del diritto ai sensi dell'art. 95 LTF oppure in
maniera manifestamente inesatta; quest'ultima definizione corrisponde a quella
di arbitrio (DTF 133 II 249 consid. 1.2.2 pag. 252) e configura a sua volta una
violazione del diritto (art. 9 Cost.; DTF 134 IV 36 consid. 1.4.1 pag. 39).
Poiché il divieto d'arbitrio (art. 9 Cost.) rientra fra i diritti fondamentali,
la censura relativa ad una sua violazione va espressamente sollevata e motivata
in termini qualificati (art. 106 cpv. 2 LTF; DTF 136 I 229 consid. 4.1, con
rinvii; 135 III 232 consid. 1.2; 134 II 244 consid. 2.2). In ogni caso, la
motivazione deve essere esposta nell'allegato ricorsuale medesimo: il rinvio ad
altri documenti non è ammissibile (DTF 134 I 303 consid. 1.3; 133 II 396
consid. 3.1). Inoltre, non possono essere addotti fatti nuovi o nuovi mezzi di
prova, a meno che non ne dia motivo la decisione impugnata (art. 99 cpv. 1 LTF;
DTF 135 V 194 consid. 2.2).

2.2 I ricorrenti chiedono che i loro ricorsi contro le due sentenze del
Tribunale di appello del 23 dicembre 2009 vengano trattati congiuntamente: il
testo dei ricorsi sarebbe identico, come pure lo sarebbero i fatti, le
motivazioni, le questioni giuridiche e le contestazioni. Va tuttavia
considerato che le due sentenze cantonali scaturiscono da e trattano situazioni
ben distinte: la prima, quella qui trattata, riguarda la condanna dei
ricorrenti per la pubblicazione dell'articolo del numero di gennaio 2004 di
L'Inchiesta, mentre la seconda ha per oggetto il divieto di pubblicare nuovi
articoli connessi con il primo. Le due sentenze, seppur pronunciate fra le
medesimi parti, hanno dunque per oggetto dei complessi di fatto distinti, ciò
che preclude la possibilità di una loro congiunzione.

3.
Il Pretore aveva accolto le conclusioni della banca qui opponente dopo aver
constatato che l'articolo giornalistico in oggetto era lesivo della sua
immagine commerciale. In particolare, il Pretore aveva considerato falsa
l'affermazione secondo la quale la banca sarebbe stata oggetto di vertenze
giudiziarie di un'ampiezza tale da evocare il pericolo del suo fallimento,
ponendo in evidenza la differenza fra la litispendenza di cause avanti al
giudice e l'esistenza di precetti esecutivi. Il paventato rischio di fallimento
si fondava dunque su fatti inveritieri. Inoltre, il Pretore aveva constatato
che nell'articolo in questione, la risposta del Consiglio federale ad
un'interpellanza del Consigliere nazionale Jean Spielmann in merito alla
situazione della banca era stata riportata in modo lacunoso e fuorviante; e che
il prof. Hans Schmid, già membro dell'autorità di controllo sulle banche, non
aveva affermato quanto gli veniva imputato. Infine, il Pretore aveva ritenuto
lesivo della personalità della banca l'intero articolo nella sua globalità.
Il Tribunale di appello ha in sostanza confermato integralmente quanto deciso
dal Pretore, ad eccezione del sunto da pubblicare in sentenza, che ha redatto
altrimenti. La Corte cantonale ha infatti ritenuto infondate o irricevibili la
quasi totalità delle censure sollevate dai ricorrenti.

4.
4.1 I ricorrenti hanno inoltrato un unico allegato ricorsuale contro le due
sentenze d'appello, senza considerare che le medesime trattano fatti diversi
(supra consid. 2.2) e perlopiù senza spiegare quale censura sia diretta contro
quale sentenza. In applicazione delle regole formali suesposte (consid. 2.1),
verranno qui di seguito esaminate unicamente le censure la cui pertinenza con
la sentenza impugnata appare evidente, e la cui motivazione permette un riesame
critico della sentenza impugnata e non si esaurisce invece in dichiarazioni di
principio avulse dal contesto.

4.2 In termini quantitativi, le critiche dei ricorrenti sono per la maggior
parte rivolte contro l'operato del Pretore: è il caso - a titolo
esemplificativo e senza la pretesa di redigere una lista esaustiva - delle
censure concernenti la presunta violazione dell'art. 6 n. 3 lit. d CEDU, della
maggior parte delle censure concernenti l'arbitrio (art. 9 Cost.), infine di
numerosi passaggi relativi alla discussione della pretesa violazione dell'art.
28 segg. CC. Queste critiche sono nella loro integralità inammissibili, poiché
rivolte contro una decisione che non è di ultima istanza cantonale: i
ricorrenti devono e possono criticare unicamente la sentenza d'appello (art. 75
cpv. 1 LTF).

4.3 Le disquisizioni al capitolo 2 del ricorso non si fondano su una
particolareggiata critica atta a dimostrare l'arbitrio di ben determinati
accertamenti del Tribunale di appello (consid. 2.1 supra). Inammissibili, non
possono essere tenute in considerazione alcuna.

4.4 In diritto, le seguenti censure si appalesano di primo acchito
manifestamente inammissibili:
4.4.1 A giudizio dei ricorrenti, considerare - come ha fatto la Corte cantonale
- i provvedimenti cautelari come una procedura separata dal merito, con la
conseguenza che l'appello contro gli stessi sarebbe inammissibile,
contravverrebbe al divieto d'arbitrio sanzionato all'art. 9 Cost.
I Giudici di appello, in proposito, hanno posto in evidenza che il decreto
cautelare 25 aprile 2004 non era stato a suo tempo impugnato e, di conseguenza,
non può più essere messo in discussione.

La soluzione adottata dal Tribunale di appello è conforme alla costante
giurisprudenza del Tribunale federale, che autorizza genericamente il ricorso
contro decisioni su misure cautelari in applicazione, secondo le circostanze,
degli artt. 90 risp. 93 cpv. 1 lit. a LTF (DTF 134 I 83 consid. 3.1; con
riferimento alle misure cautelari dell'art. 28c CC v. la sentenza 5A_702/2008
del 16 dicembre 2008 consid. 1). In sintonia con questa soluzione, a livello
cantonale la decisione cautelare ex art. 28c CC è pacificamente appellabile
secondo l'art. 382 CPC/TI. Ora, i ricorrenti non censurano un'arbitraria
applicazione della procedura civile cantonale, ma si limitano ad
apoditticamente definire tale scelta legislativa come arbitraria. Così facendo,
essi espongono un personale punto di vista, senza corredarlo di un seppur
minimo accenno di motivazione. La relativa censura è pertanto
insufficientemente motivata e va dichiarata inammissibile (supra consid. 2.1).
Identico destino è riservato agli altri passaggi del ricorso ove è discorso del
medesimo tema.
4.4.2 A detta dei ricorrenti, la sentenza impugnata violerebbe il divieto della
censura giusta l'art. 17 Cost. e la libertà di espressione ai sensi dell'art.
10 CEDU. La diffusione dell'articolo non poteva essere vietata a causa di un
errore di impaginazione e una semplificazione giornalistica. Il Pretore avrebbe
poi ignorato una sentenza topica.

Alla lettura della sentenza impugnata, non risulta che i ricorrenti abbiano
sollevato questa doglianza avanti al Tribunale di appello del Cantone Ticino,
né essi lo pretendono. Essa è inammissibile già solo perché nuova e non ha
esaurito il corso delle istanze cantonali (art. 75 cpv. 1 LTF; supra consid.
4.2). Inoltre, considerato anche l'accresciuto onere di motivazione che incombe
sul ricorrente che intende avvalersi di una pretesa violazione di norme di
rango costituzionale (art. 106 cpv. 2 LTF; supra consid. 2.1), essa non appare
sufficientemente motivata. Non solo i ricorrenti si limitano a menzionare
l'art. 6 CEDU e l'art. 17 Cost., senza spiegare perché nel caso concreto il
divieto della censura avrebbe dovuto garantir loro la facoltà di pubblicare un
articolo fondato su un complesso di fatti non provati rispettivamente accertati
falsi; essi nemmeno dicono se la censura sia proposta contro la sentenza
relativa all'articolo del numero di gennaio 2004 di L'inchiesta oppure contro
l'altra sentenza relativa al divieto di nuovi articoli. Anche il rimando dei
ricorrenti ad una sentenza con la quale il Tribunale federale avrebbe
autorizzato la pubblicazione di un libro seppure questo contenesse errori non è
di alcun beneficio: a prescindere dal fatto che il rimprovero pare
inammissibilmente essere stato mosso al Pretore (supra consid. 4.2), i
ricorrenti non spiegano perché il caso qui in discussione debba essere
paragonato a quello, limitandosi a rinviare ad un non meglio designato scritto
19 gennaio 2004 - ciò che non soddisfa i requisiti di motivazione (supra
consid. 2.1).

5.
I Giudici cantonali hanno accertato le circostanze fattuali della fattispecie.
Lo hanno fatto in parte in modo diretto ed in parte riferendosi, confermandola,
alla sentenza di prima istanza.

5.1 Essi hanno in primo luogo escluso l'assunzione di nuove prove:
5.1.1 A proposito dell'audizione dei testi A.________ e B.________, i Giudici
di appello - premessa l'insufficiente motivazione della censura - hanno
abbondanzialmente avallato l'opinione del Pretore, che le aveva rifiutate
negandone anticipatamente la rilevanza. Le hanno a loro volta respinte poiché
da un lato la posizione dei testi era già stata chiarita, e dall'altro poiché
determinante sarebbe stata l'esistenza di cause civili contro la banca, e non
di semplici pretese, seppur oggetto di procedimenti esecutivi; inoltre,
l'entità delle pretese dei due testi, nel loro ordine di grandezza mai sminuita
dall'opponente, sarebbe già emersa con sufficiente chiarezza dalla
testimonianza del legale di quest'ultima.

Per i ricorrenti, questa decisione violerebbe il loro diritto ad un equo
processo, così come codificato all'art. 6 n. 3 lit. d CEDU. A prescindere dal
fatto che la discussione sull'apprezzamento anticipato di prove riguarda
l'arbitrio e cade nel campo d'applicazione dell'art. 9 Cost. (DTF 134 I 140
consid. 5.3 pag. 148; 131 I 153 consid. 3), la censura è priva di una qualsiasi
motivazione: in particolare, i ricorrenti non spiegano quali garanzie essi
deducano dall'art. 6 n. 3 lit. d CEDU, né perché la Corte cantonale abbia
violato questa norma convenzionale. Alla dichiarazione di inammissibilità per
carenza di motivazione della loro censura in sede cantonale, i ricorrenti
oppongono la perentoria affermazione che i testi andavano sentiti; mera
tautologia, obiezione priva di una motivazione del perché tali testi andassero
sentiti, essa è manifestamente immotivata. La critica ricorsuale è pertanto
doppiamente inammissibile.
5.1.2 Con riferimento alle prove presentate da Paolo Fusi, i Giudici di appello
hanno motivato il loro rifiuto di tenerne conto con il fatto che, in appello, i
ricorrenti si erano limitati a rinviare all'allegato responsivo di Fusi ed
avevano omesso di identificare le prove che, a loro avviso, avrebbero
suffragato la loro tesi; tale modo di procedere non sarebbe compatibile con la
procedura civile ticinese. I ricorrenti vi intravvedono una violazione del
divieto d'arbitrio sanzionato all'art. 9 Cost. La loro censura è tuttavia del
tutto priva di una motivazione che lasci intendere quale norma della procedura
civile cantonale sia stata applicata in modo arbitrario, e perché
(sull'applicazione arbitraria del diritto cantonale quale espressione della
garanzia tutelata dall'art. 9 Cost. v. DTF 133 II 249 consid. 1.2.1); essa è
pertanto inammissibile.

5.2 Il Tribunale di appello ha in seguito accertato l'esistenza e la
disponibilità di copie arretrate della rivista impugnata, deducendone il
perdurare di un pericolo imminente di lesione della personalità dell'opponente.
I ricorrenti non contestano, anzi ammettono implicitamente l'esistenza di copie
arretrate.

5.3 I Giudici di appello hanno poi esaminato le allegazioni contenute nei
riquadri, ritenendole espressamente infondate. Inoltre hanno constatato
l'assoluta omogeneità tematica del servizio, la funzionalità dei riquadri
all'articolo principale e l'ovvia connessione del commento di Fusi con il pezzo
principale. Essi, constatato anche che i ricorrenti non l'avevano criticata,
hanno fatto propria la motivazione del Pretore, che aveva esplicitamente negato
la possibilità di "salvare" almeno in parte l'articolo.

A dire dei ricorrenti, omettendo di definire chiaramente cosa è proibito
pubblicare e perché, segnatamente non distinguendo fra articolo principale,
riquadri e commento di Fusi, il Tribunale di appello sarebbe sconfinato
nell'arbitrio. Come debba essere compresa la critica ricorsuale non è chiaro.
La questione a sapere se la sentenza impugnata sia motivata esaurientemente ed
in termini sufficientemente chiari non ha nulla a che vedere con il divieto
d'arbitrio. Semmai, essa concerne il diritto delle parti di essere sentite
(art. 29 cpv. 2 Cost.), qui non invocato. Qualora invece si voglia lamentare
una contraddizione fra il dispositivo e la motivazione della sentenza
impugnata, vanno adite le vie cantonali di interpretazione e chiarificazione.
Se il rimprovero, invece, dovesse riguardare il modo di procedere, segnatamente
la mancata distinzione delle varie parti della pubblicazione, esso toccherebbe
l'applicazione del diritto sostanziale (infra, consid. 6.2). Comunque sia,
l'arbitrio è anche qui invocato a sproposito. Quanto alla possibilità di
salvare almeno in parte l'articolo, il Tribunale di appello aveva considerato
la censura inammissibile perché insufficientemente motivata; avanti al
Tribunale federale i ricorrenti, oltre a scaricare l'onere della prova relativo
alle affermazioni pretese lesive della propria personalità sulla banca,
rinviano ad una bozza di articolo, con indicate le frasi presumibilmente
contestate, sottoposta al Pretore con la richiesta di pubblicare il resto. La
censura, motivata con un rinvio a un non meglio indicato documento ed inoltre
in tutta apparenza argomento nuovo, è anche avanti al Tribunale federale
inammissibile (supra consid. 4.2).

5.4 Esaminando più in dettaglio i fatti esposti nella pubblicazione
incriminata, il Tribunale di appello ha posto in particolare evidenza
l'affermazione falsa alla base della sentenza di condanna pretorile, ovvero che
le cause pendenti contro l'opponente non avevano, come fallacemente affermato
nell'articolo, un valore complessivo di oltre un miliardo di franchi. I
ricorrenti, in appello, non avrebbero contestato questo assunto, pur ribadendo
che i citati ex clienti avanzavano richieste per oltre un miliardo di franchi,
ragione per cui la loro censura appariva inammissibile. Anche avanti al
Tribunale federale i ricorrenti - pur ribadendo che le pretese risarcitorie
ammontano a quanto da loro menzionato - non contestano che l'importo oggetto di
procedure giudiziarie sia ben inferiore al miliardo millantato nella
pubblicazione (salvo poi cercare di limitare i danni lasciando cadere nelle
pieghe del proprio ricorso affermazioni sul genere che le pretese "erano legate
a processi civili"); la presunta incompletezza della lista delle cause pendenti
prodotta dall'opponente non emerge dalla sentenza impugnata, non è stata
eccepita come accertamento arbitrario dei fatti e va pertanto considerata come
fatto nuovo ed inammissibile. Limitandosi a contestare genericamente
l'accertamento effettuato dal Tribunale di appello, i ricorrenti formulano una
censura immotivata e pertanto inammissibile; parimenti inammissibile è la loro
- peraltro apodittica ed immotivata - obiezione, secondo la quale essi
avrebbero dimostrato nel memoriale riassuntivo di Fusi la correttezza dei fatti
esposti nei riquadri, atteso che il Tribunale di appello non poteva tener conto
di quello scritto (e relativi allegati; COCCHI/TREZZINI, Il Codice di procedura
civile ticinese massimato e commentato, 2000, n. 20 seg. ad art. 309 CPC/TI;
cfr. anche supra consid. 2.1).

5.5 Con riferimento alla risposta del Consiglio federale all'interpellanza
Spielmann, il Tribunale di appello ha ribadito - facendo propria la
constatazione del Pretore - che della stessa erano stati riportati nella
pubblicazione solo stralci, sottacendone la parte principale. Inoltre ha
constatato che i qui ricorrenti non avevano contestato in appello tale
accertamento, né che quelle omissioni fossero atte a ledere la personalità
dell'opponente. Obiettando che incombeva alla banca ed alle autorità inferiori
spiegare perché l'omissione di alcuni passaggi potesse ledere l'onore
dell'opponente, i ricorrenti formulano una censura nuova, che non ha potuto
essere vagliata dal Tribunale di appello: con riguardo alla medesima, i
ricorrenti non hanno esaurito i rimedi cantonali (art. 75 cpv. 1 LTF; supra
consid. 4.2). Negando puramente e semplicemente l'assunto del Tribunale di
appello, essi esprimono una critica puramente appellatoria. Essa è pertanto
nella sua interezza inammissibile.

5.6 In punto al rischio di fallimento della banca, paventato da Fusi e da Anton
Keller, segretario dell'Associazione svizzera di difesa degli investitori, i
Giudici di appello hanno constatato che, quand'anche si fosse trattato di un
giudizio di valore riconoscibile come tale, esso avrebbe dovuto apparire
fondato alla luce della fattispecie alla quale era riferito - la litispendenza
di giudizi civili per oltre un miliardo di franchi -, ciò che invece non era il
caso. Che l'affermazione fattuale fosse errata è già stato accertato (supra
consid. 5.4); l'appellatorio diniego ribadito dai ricorrenti nulla muta. La
relativa censura, insufficientemente motivata, è inammissibile.

Il Tribunale di appello ha accertato l'errata attribuzione delle affermazioni
relative al pericolo di fallimento della banca non ai loro veri autori, bensì
ad un professore di economia già membro della Commissione federale delle
banche, seppur rimanendo sul vago circa la rilevanza di tale aspetto.
Obiettando che in realtà l'errata attribuzione al prof. Schmid era contenuto
solo nel lead, nel titolo e nella didascalia, ma non nel testo dell'articolo
medesimo, i ricorrenti non pervengono a far apparire la divergente
constatazione come arbitraria: il prof. Schmid è - come i medesimi ammettono -
menzionato in tre posti diversi, tutti più visibili della frase nel corpo del
testo. In tali condizioni, non è per nulla insostenibile ritenere che il
lettore medio potesse - se non addirittura dovesse - attribuire la paternità
del giudizio al personaggio più autorevole per formazione ed esperienza, il
prof. Schmid. La censura, al limite dell'ammissibilità data la sua natura
tendenzialmente appellatoria, è infondata.

5.7 In conclusione, lo stato di fatto ritenuto senza arbitrio dal Tribunale di
appello, che ha potuto confermare in larga misura gli accertamenti già fatti
dal Pretore, è il seguente: asserendo che la banca qui opponente aveva in corso
processi per somme esorbitanti, rispettivamente almeno cinque procedimenti
civili, suscettibili di metterne in pericolo la sopravvivenza, i ricorrenti
hanno affermato falsità. Inoltre, essi hanno riportato la risposta del
Consiglio federale all'interpellanza Spielmann in modo parziale, sottacendone i
passaggi principali. In terzo luogo, il commento di Fusi non è riconoscibile
come tale; ma se anche lo fosse, poggerebbe su fatti inveritieri. Peraltro,
l'affermazione dell'esistenza di un pericolo di fallimento per la banca è
erroneamente attribuita al prof. Schmid, già membro della Commissione federale
delle banche e per questa ragione oltremodo autorevole. Le varie componenti
della pubblicazione (articolo in senso stretto, commento e riquadri) sono così
strettamente legate fra di loro che non è possibile permetterne una puntuale
pubblicazione, o la pubblicazione dei soli passaggi ineccepibili. Ancora al
momento del giudizio, i ricorrenti avevano a disposizione numeri arretrati
della rivista, pronti a essere messi in circolazione.

6.
6.1 Chi è illecitamente leso nella sua personalità può, a sua tutela, chiedere
l'intervento del giudice (art. 28 cpv. 1 CC). Illecita è la lesione quando non
è giustificata dal consenso della persona lesa, da un interesse preponderante
pubblico o privato, oppure dalla legge (art. 28 cpv. 2 CC). Il compito
informativo dei media non è un motivo giustificativo assoluto (DTF 126 III 209
consid. 3a). La pubblicazione di fatti falsi è dunque e rimane di per sé
illecita; un preponderante interesse alla loro divulgazione sussiste unicamente
in casi eccezionali, ad esempio quando si riporti, senza commento e con
indicazione della fonte, un comunicato di polizia (DTF 126 III 209 consid. 3a;
305 consid. 4b/aa). Ma non ogni imprecisione giornalistica rende la notizia
falsa nel suo insieme: l'articolo è suscettibile di ledere la personalità della
vittima se è errato in punti essenziali, e se in conseguenza di ciò viene
presentata un'immagine manifestamente falsata della vittima, tale da sminuirne
considerevolmente la considerazione agli occhi dei terzi (DTF 126 III 305
consid. 4b/aa). Giudizi di valore sono per contro ammissibili, a patto che
siano sostenibili sulla base del complesso di fatti sul quale si fondano; sono
invece pure loro lesivi della personalità se portano a concludere alla
veridicità di un complesso di fatto invero falso o se sono formulati in termini
che travalicano i limiti della decenza (DTF 126 III 305 consid. 4b/bb). Va
deciso sulla base dell'impressione generale che suscita un articolo se, ed
eventualmente quali passi del medesimo siano illeciti. Per tutti gli
apprezzamenti fa stato la prospettiva del lettore medio (DTF 126 III 209
consid. 3a).
Il giudice interviene per proibire una lesione imminente, far cessare una
lesione attuale oppure accertare l'illiceità di una lesione che continua a
produrre effetti molesti (art. 28a cpv. 1 n. 1 a 3 CC); nei primi due casi può
ordinare misure cautelari (art. 28c cpv. 1 CC). Il pericolo di un'imminente
lesione può essere legittimamente dedotto dal comportamento dell'autore
(sentenza 5A_228/2009 dell'8 luglio 2009 consid. 4.1, in sic! 12/2009 pag. 888,
con rinvio a DTF 97 II 97 consid. 5b e 124 III 72 consid. 2a). La vittima che
chiede sia accertata l'illiceità di una lesione i cui effetti molesti perdurano
nel tempo deve dimostrare che l'immagine negativa scaturita da una
pubblicazione avvenuta in passato continua a manifestarsi, sicché il fatto
stesso che un articolo lesivo continui ad essere consultabile equivale ad un
continuato disturbo (DTF 127 III 481 consid. 1c/aa; 123 III 385 consid. 4a). In
caso di gravi lesioni della personalità, la generale esperienza della vita
permette di prescindere dalla prova del perdurare degli effetti di una lesione
(DTF 123 III 385 consid. 4a).

6.2 Il Tribunale di appello ha esposto la sussunzione operata dal Pretore,
avallandola implicitamente e discutendo le singole obiezioni sollevate dai qui
ricorrenti. Il Tribunale di appello ha in tal modo ribadito l'esistenza, ancora
al momento del giudizio, di un rischio di lesione imminente quale condizione
dell'azione preventiva giusta l'art. 28a cpv. 1 n. 1 CC in ragione del fatto
che è possibile ottenere copie arretrate della rivista, e che i qui ricorrenti
non avrebbero rinunciato alla pubblicazione dell'articolo su Internet, dando
per certo che un'ulteriore diffusione dell'articolo reitererebbe il rischio di
offesa alla personalità della qui opponente. Il Tribunale di appello ha poi
constatato che i qui ricorrenti non avevano contestato, in termini
sufficientemente precisi, la conclusione del Pretore relativa alla
impossibilità di estrarre dall'articolo singole parti, da essi peraltro neppure
indicate. Parimenti impossibile sarebbe stato salvaguardare il testo
dell'interrogazione Spielmann o gli stralci della risposta del Consiglio
federale, posto che i qui ricorrenti non avevano contestato né l'omissione di
passaggi essenziali di quest'ultima, né che le cennate omissioni potessero
ledere la personalità della qui opponente. Il contenuto dei riquadri dedicati
alle singole "cause" è poi, secondo il Tribunale di appello, lesivo della
personalità della banca poiché si fonda sull'inammissibile equiparazione delle
pretese dei menzionati clienti ad effettive cause giudiziarie: anche questa
conclusione del Pretore sarebbe rimasta inoppugnata avanti ai Giudici
cantonali, avanti ai quali nemmeno sarebbe stato eccepito che tale distinzione
fra cause civili in senso stretto e semplici pretese fosse un'imprecisione
giornalistica irrilevante. Fondata su fatti inveritieri, l'opinione
dell'articolista e di Anton Keller - peraltro falsamente attribuita al prof.
Schmid - sul pericolo di fallimento della banca non era, a giudizio del
Tribunale di appello, nemmeno tutelabile in quanto opinione personale. Lo
stesso dicasi per il commento di Fusi: non solo in esso vi è menzionata la
banca, ma esso è anche correlato graficamente all'articolo principale ed è
formulato in termini inutilmente offensivi.

Alla luce dei fatti accertati senza arbitrio (supra consid. 5.7) e dei principi
di legge e giurisprudenziali esposti (supra consid. 6.1), la sussunzione
operata dai Giudici di appello non si presta a critica alcuna. Affermare, come
hanno fatto il Pretore prima ed i Giudici cantonali poi, che non sia lo stesso
dire che una banca è confrontata con pretese miliardarie oppure che essa è
coinvolta in cause giudiziarie per lo stesso importo, appare assolutamente
sostenibile. Se così è, allora le affermazioni utilizzate dai ricorrenti
nell'ambito dell'articolo incriminato sono oggettivamente false. Ora, la
divulgazione di fatti falsi non è mai - salvo eccezioni che qui non ricorrono -
lecita (supra consid. 6.1). Falsa è da ritenere pure l'asserzione di Fusi e
Keller che la banca sarebbe stata a rischio di fallimento, poiché essa si basa
sull'esistenza di cause civili miliardarie, fatto a sua volta falso: anche la
divulgazione di questa asserzione non può dunque trovare tutela alcuna. Né si
può dire che i fatti inveritieri divulgati dai ricorrenti rappresentino mere
imprecisioni giornalistiche: basti pensare all'impegno - in tempo e denaro -
ben maggiore che richiede una causa giudiziaria rispetto alla semplice
affermazione di pretese, o anche rispetto all'avvio di procedure esecutive. Già
solo per questa ragione, l'affermazione dell'esistenza di azioni giudiziarie
contro la banca ha nell'opinione pubblica un peso maggiore che non
l'affermazione di semplici pretese, quan-d'anche accompagnate da precetti
esecutivi. Nemmeno il commento conclusivo di Fusi, redatto in tono non solo
qualunquista, bensì financo ingiurioso, come ritenuto a giusto titolo dal
Tribunale di appello, merita tutela. Ciò premesso, a ragione il Tribunale di
appello ha considerato adempiuta la condizione dell'imminenza della lesione: i
ricorrenti non solo non negano di poter rendere nuovamente accessibile
l'articolo incriminato, bensì si ritengono tuttora autorizzati a farlo. Sul
fatto che le affermazioni dei qui ricorrenti siano suscettibili di ledere
l'onore (commerciale) della banca opponente, accusata di scontentare ed
ingannare i clienti e di rischiare il fallimento - come ha constatato il
Pretore senza venir smentito in seguito -, non vi è ragione di soffermarsi
oltre, tanto esso è evidente.
Le censure che sollevano i ricorrenti non sono atte a controvertire questa
conclusione. Molte sono insufficientemente motivate, al punto da non permettere
di capire in cosa sussista la lamentata violazione di legge: è ad esempio il
caso del capitolo 5 del ricorso. Lo stesso dicasi per la censura secondo la
quale il mancato utilizzo del proprio diritto di risposta precluderebbe
all'opponente la facoltà di avvalersi dell'art. 28a cpv. 1 CC. La censura è già
stata compiutamente confutata dal Tribunale di appello, che ha posto in
evidenza la complementarità del diritto di risposta con le altre azioni messe a
disposizione per la protezione della personalità; i ricorrenti non si
confrontano con tale motivazione, né adducono un qualsiasi motivo a sostegno
della propria posizione.

Altre censure sono del tutto irrilevanti: così quando i ricorrenti contestano i
Giudici di appello ed il Pretore per aver parlato di cause civili per alcuni
milioni. La loro perentoria affermazione che l'impatto dell'articolo sul
pubblico non sarebbe stato differente se invece di parlare di "cause da un
miliardo" avessero parlato di "pretese risarcitorie legate a cause legali"
(formulazione, peraltro, pure essa scorretta nella misura in cui si fa
riferimento a "cause") non è di alcuna pertinenza: per l'ammissione di una
lesione della personalità della banca è sufficiente che il fatto affermato sia
falso. Che, poi, si possa parlare in questo contesto di imprecisione
giornalistica irrilevante, rispettivamente che nel linguaggio giornalistico
fosse lecito parlare di "causa", è obiezione non sottoposta all'attenzione dei
Giudici cantonali (sentenza impugnata, consid. 11c in fine pag. 14) e pertanto
inammissibile. È comunque infondata nel merito: proprio l'importanza della
stampa quale mezzo di controllo del buon funzionamento dello Stato democratico
(DTF 71 II 191 consid. 1; sentenza 5A_354/2007 del 29 maggio 2008, consid.
5.2.3), e la tutela accresciuta della quale essa per questa ragione beneficia,
non può tollerare l'approssimazione faziosa, ma deve anzi esigere la massima
attenzione nella scelta dei termini - attenzione che, peraltro, i ricorrenti
nemmeno hanno prestato nella redazione del presente ricorso, ove ad esempio si
rinvengono passaggi nei quali si continua a parlare a sproposito di "pretese
[...] legate a processi civili" (ricorso, n. 11 pag. 34 in medio). La parziale
e faziosa riproduzione della risposta del Consiglio federale all'interpellanza
Spielmann contribuisce a sostenere l'immagine negativa che l'articolo vuole
evocare della banca, ed è pertanto - contrariamente all'apodittica obiezione
dei ricorrenti - argomento senz'altro pertinente. Quando i ricorrenti affermano
esistere un interesse preponderante a informare il pubblico sull'esistenza di
pretese risarcitorie superiori al capitale proprio della banca, essi
argomentano ancora una volta fuori tema: parlando di cause civili, non è
infatti ciò che essi hanno scritto. Detto altrimenti: la questione
dell'interesse pubblico si porrebbe se i ricorrenti non avessero diffuso
informazioni inveritiere. La pretesa sfortuna dei giornalisti incorsi nello
scambio di persona fra Anton Keller ed il prof. Schmid è obiezione inconferente
come inconferente è la protestata assenza di colpa per le fallacità
dell'articolo: la colpa dell'autore non è un requisito per sanzionare una
lesione della personalità (DTF 126 III 161 consid. 5a/aa). E comunque - sia
detto di transenna - nel caso di specie sono mancate completamente serie
verifiche delle informazioni pubblicate, così come è mancata una ponderata
scelta dei termini, sacrificata sull'altare di un articolo che si voleva
provocatorio ed aggressivo nei confronti dell'opponente.

7.
La parte lesa che ha proceduto con successo contro l'autore della pubblicazione
lesiva del suo onore può chiedere, fra l'altro, la pubblicazione della sentenza
ed il risarcimento del danno subito (art. 28a cpv. 2 e 3 CC).

7.1 La domanda di pubblicazione mira ad eliminare le conseguenze negative della
violazione della personalità e si giustifica quando ciò non possa avvenire con
altri mezzi. A tal fine, essa deve raggiungere per quanto possibile la medesima
cerchia di persone che aveva avuto conoscenza della lesione della personalità.
La norma di legge mette a disposizione diverse forme di pubblicazione, che
possono anche essere combinate fra loro oppure cumulate; in ogni caso, la
pubblicazione risp. la rettifica deve presentarsi quanto più simile possibile
all'articolo lesivo, al quale deve essere contrapposta. Il principio della
proporzionalità conferisce al giudice la facoltà di adattare la pubblicazione
al grado di pubblicità richiesto (DTF 135 III 145 consid. 5.1; 126 III 209
consid. 5a).

Nel caso di specie, il Tribunale di appello ha considerato idonea la
pubblicazione del dispositivo e di un sunto dei motivi della sentenza. Facendo
uso del proprio ampio margine d'apprezzamento, tenendo altresì conto delle
obiezioni dei ricorrenti e delle osservazioni della qui opponente, esso ha
profondamente rimaneggiato il testo redatto dal Pretore, dicendo inoltre che
esso dovrà occupare l'intera pagina 16 (la stessa sulla quale appariva
l'articolo incriminato) del numero di L'inchiesta successivo alla crescita in
giudicato della sentenza.
Alla luce dei principi esposti, la necessità di una pubblicazione della
sentenza nella rivista che aveva ospitato l'articolo lesivo della personalità
dell'opponente è ovvia: trattandosi di un periodico liberamente accessibile,
non vi è altro modo per raggiungere la medesima cerchia di persone che aveva
letto a suo tempo l'articolo. L'opportunità di accompagnare il dispositivo
della sentenza con un testo riassuntivo dei motivi della medesima deriva sia
dalla complessità dei fatti, sia dal lungo tempo trascorso dalla pubblicazione
dell'articolo medesimo. Per volere del Tribunale di appello, la pubblicazione
dovrà occupare uno spazio di una pagina, ovvero molto meno di quanto a suo
tempo aveva occupato l'articolo incriminato: di certo non si può parlare,
dunque, di una pubblicazione sproporzionata per dimensioni. Il Tribunale di
appello ha infine redatto il sunto delle motivazioni della propria sentenza con
lo scopo preciso di spiegare al lettore quali fatti erano stati accertati e i
motivi che portavano a concludere che l'articolo impugnato era lesivo della
personalità della banca. Ricordato l'ampio potere discrezionale del giudice
nell'affrontare questo compito, e constatato che il riassunto dei motivi
risponde pienamente alle attese prefissate, non vi è ragione di intervenire e
modificare su questo punto la sentenza impugnata.

Le obiezioni dei ricorrenti, nella ridotta misura della loro ammissibilità, non
riescono a sovvertire quanto precede. In primo luogo, il qui reiterato diniego
di una lesione illecita della personalità della banca opponente rappresenta la
semplice opinione personale dei ricorrenti ed è pertanto appellatorio;
peraltro, l'opinione dei ricorrenti è già stata confutata sopra (consid. 6.2).
Parimenti, le ragioni subordinate che avanzano i ricorrenti sono l'immagine di
una loro personalissima visione del diritto della personalità e della libertà
di stampa, ma non poggiano né sulla legge né sulla giurisprudenza. Peraltro,
quando non già confutate (l'irrilevanza del mancato esercizio del diritto di
risposta, supra consid. 6.2) o fondate su fatti che non emergono dalla sentenza
impugnata, le ragioni dei ricorrenti si appalesano manifestamente contrarie
alla lettera ed allo spirito della legge nella misura in cui appaiono tutte
volte a giustificare un lavoro giornalistico superficiale e tendenzioso,
ponendo sulle spalle della vittima il compito di rettificare informazioni
errate e lesive; sia ribadito con la massima chiarezza che né rettifiche a
posteriori né prese di posizione successive della parte lesa sono atte a sanare
una violazione della personalità consumata con la pubblicazione di un articolo.
E l'eventuale pubblicazione volontaria della sentenza del Tribunale federale
non supplisce alla pubblicazione di quella cantonale, nei modi previsti dalla
legge (art. 28a cpv. 2 CC). Dovendo poi disquisire sugli aspetti grafici della
pubblicazione ordinata dal Tribunale di appello, si porrà in evidenza che
l'opportunità di orientare la stessa ai criteri validi per il diritto di
risposta dell'art. 28h e 28k CC è opinione personale dei ricorrenti, i quali
nemmeno spiegano quali conseguenze tale loro visione dovrebbe avere nel caso
concreto. Relativamente agli aspetti estetici della pubblicazione, poi, non
risulta dalla sentenza impugnata che i ricorrenti abbiano proposto in sede
cantonale le obiezioni qui esposte, pertanto nuove ed inammissibili. Infine, le
obiezioni formulate dai ricorrenti nei confronti del contenuto del testo
riassuntivo della sentenza ordinato dal Tribunale cantonale, segnatamente che
la massima autorità giudiziaria cantonale li obbligherebbe a dire cose non
vere, non sono altro che la scusa per riproporre - ancora una volta - la loro
opinione personale sui fatti oggetto dell'articolo incriminato, già giudicata
fallace e lesiva della personalità della qui opponente; queste obiezioni
meritano di essere definite esplicitamente temerarie.

7.2 L'art. 28a cpv. 3 CC riserva le azioni di risarcimento del danno, di
riparazione morale e di consegna dell'utile. Il giudice stabilisce forma ed
entità del risarcimento del danno in applicazione dell'art. 43 cpv. 1 CO,
tenendo conto delle circostanze del caso e della colpa dell'autore. Danno ai
sensi della legge è la differenza fra il patrimonio del danneggiato dopo
l'evento dannoso e il patrimonio che egli avrebbe senza lo stesso evento,
rispettivamente fra i guadagni realizzati dopo l'evento dannoso e quelli che si
sarebbero verificati senza il medesimo (DTF 132 III 359 consid. 4). Il calcolo
del danno è questione di fatto, l'impiego dei corretti criteri di calcolo è
invece una questione di diritto (DTF 127 III 403 consid. 4a).
7.2.1 Riferendosi alle circostanze di fatto che costituiscono la colpa dei
ricorrenti, il Pretore aveva ritenuto che al giornalista andava imputato di
aver pubblicato le falsità nel frattempo accertate, mentre editore e redattore
responsabile avevano omesso ogni verifica al riguardo. Il Tribunale di appello
ha scartato le obiezioni tirate dal presunto decadimento delle misure cautelari
e dal mancato esercizio del diritto di risposta, ricordando altresì la presa di
posizione della banca e negando di conseguenza una qualsiasi concolpa della
parte lesa. Esso ha poi ribadito che il danno fatto valere dall'opponente - di
certo non creato ad arte per mera rivalsa - era ovviamente conseguenza delle
fallaci asserzioni contenute nell'articolo, e che i ricorrenti medesimi non
avevano affermato di aver adempiuto gli obblighi di verifica e prudenza dettati
dalla gravità delle affermazioni riportate.
Visto quanto accertato dal Tribunale di appello, senza che gli sia stato
rimproverato arbitrio in proposito, le obiezioni dei ricorrenti circa l'assenza
di ogni loro colpa sono nuove e dunque inammissibili. Nel merito, esse
sarebbero al più infondate laddove non temerarie. Attribuire alla sfortuna
l'errore di impaginazione, segnatamente lo scambio di persona fra Keller ed il
prof. Schmid, quando invece anche in esso si manifesta - nella migliore delle
ipotesi - un'evidente carenza di controllo almeno da parte del redattore
responsabile Cheda, non è comunque di soccorso ai ricorrenti, se si pensa che
la mera negligenza è una forma di colpa sufficiente per una condanna al
risarcimento dei danni (DTF 126 III 161 consid. 5b/aa). Quanto al danno, esso
consiste manifestamente nelle spese legali sostenute dall'opponente e non, come
pare doversi ritenere leggendo l'allegato ricorsuale, in altri generi di
perdite; l'apodittico diniego di ogni e qualsiasi danno è pertanto
manifestamente fuori tema.
7.2.2 Il Pretore prima ed il Tribunale di appello poi hanno considerato, quali
poste del danno dell'opponente, i costi legali preprocessuali, quelli per il
procedimento provvisionale (ripetibili dedotte) ed il costo delle prestazioni
dell'ufficio di revisione della banca per le verifiche supplementari e le
testimonianze. I Giudici d'appello hanno constatato, in fatto, che non
sussistono indizi a favore della tesi dei ricorrenti, secondo la quale la
fattura del legale della banca comprenderebbe pure il tempo dedicato alla
querela penale contro Fusi, ed hanno ritenuto la tariffa oraria di fr. 400.--
non eccessiva. Quanto alla fattura dell'ufficio di revisione, i Giudici
cantonali - premesso che le censure in appello erano in larga misura nuove e
dunque irricevibili - hanno, apprezzando le testimonianze, ritenuto che
l'intervento dello stesso era stato indispensabile, che dalle fatture emergeva
che il lavoro svolto era in connessione con la vertenza in oggetto, e che i qui
ricorrenti non avevano saputo dimostrare l'asserita inutilità delle trasferte a
Lugano.

Limitandosi a ribadire la propria lettura delle deposizioni e degli ulteriori
mezzi di prova relativi alle fatture del legale della banca, senza minimamente
confrontarsi con l'argomentazione dei Giudici cantonali, i ricorrenti
propongono ancora una volta una critica meramente appellatoria, insufficiente a
sostanziare l'arbitrarietà (nemmeno affermata) delle constatazioni di fatto dei
Giudici di appello. L'apprezzamento di questi ultimi della tariffa oraria non
ha fatto oggetto di critica alcuna.

A proposito della fattura dei revisori, i ricorrenti contestano la reiezione in
ordine della censura, tanto sarebbe evidente l'errore sui fatti, segnatamente
in punto alla durata dei lavori di revisione. Essi non precisano, tuttavia, di
quale importo la fattura andrebbe ridotta. In quanto censura in fatto, essa è
pertanto insufficientemente motivata e va dichiarata inammissibile.
7.2.3 In diritto, i ricorrenti non menzionano alcun diritto costituzionale che
la decisione dei Giudici di appello di non entrare nel merito della loro
censura relativa ai tempi dell'attività dei revisori avrebbe violato. Peraltro,
il divieto del formalismo eccessivo, sotto forma del diniego di giustizia (art.
29 cpv. 1 Cost.; DTF 135 I 6 consid. 2.1) - che potrebbe astrattamente entrare
in linea di conto -, non intende negare l'opportunità di regole formali, anche
rigorose, volte a canalizzare lo svolgimento delle procedure giudiziarie, bensì
soltanto un'applicazione delle stesse con un rigore che nessun interesse degno
di protezione possa giustificare, sì da rendere la procedura fine a se stessa e
impedire o complicare eccessivamente l'applicazione della legge (DTF 132 I 249
consid. 5); ora, nel caso presente i ricorrenti nemmeno tentano di motivare in
tal senso la propria censura. Temerario sofismo è, sempre in diritto,
l'argomento dei ricorrenti secondo il quale l'intervento dei revisori a seguito
del loro articolo dimostrerebbe l'interesse pubblico a divulgarlo: non vi è
evidentemente alcun interesse a causare inutili verifiche divulgando
un'informazione fallace, tanto meno quando vi sono regole precise che impongono
verifiche in caso di reclamo.
7.3
Alla luce di quanto precede, la sentenza impugnata merita integrale conferma
anche in punto alla pubblicazione ed al risarcimento dei danni riconosciuto
all'opponente.

8.
Ne discende che il ricorso in materia civile deve essere respinto nella ridotta
misura della sua ammissibilità. Tassa e spese seguono la soccombenza (art. 66
cpv. 1 LTF): i ricorrenti soccombenti sopportano le spese in parti uguali ed in
solido (art. 66 cpv. 5 LTF). Non sono attribuite ripetibili, l'opponente non
essendo stata invitata a prender posizione sul ricorso, e non essendo di
conseguenza incorsa in spese per la sede federale (art. 68 cpv. 1 e contrario
LTF).

Per questi motivi, il Tribunale federale pronuncia:

1.
Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è respinto.

2.
Le spese giudiziarie di fr. 3'000.-- sono poste a carico dei ricorrenti in
ragione di metà ciascuno e con vincolo di solidarietà.

3.
Comunicazione alle parti e alla I Camera civile del Tribunale d'appello del
Cantone Ticino.

Losanna, 16 dicembre 2010

In nome della II Corte di diritto civile
del Tribunale federale svizzero
La Presidente: Il Cancelliere:

Hohl Piatti